I pittori romantici paventavano e dipingevano possibili naufragi prossimi venturi. Gli espressionisti di prima generazione non avevano da paventarli come possibili, li vivevano come attuali. Il naufragio del Titanic era loro coevo, prologo assunto come simbolico della catastrofe della grande guerra che sarebbe venuta da lì a poco. La belle èpoque era finita e il mito del progresso senza limiti infranto. Gli espressionisti di seconda generazione e gli informali avevano già visto di peggio, era cominciata l’età dell’ansia, del “disordine caldo” in pittura. L’età nostra è postmoderna e disincantata, si è lasciata alle spalle le “grandi narrazioni”, gli artisti vivono un approccio e un confronto più freddi alle fratture del reale.
L’evento del Titanic con il suo inquietante simbolismo è metabolizzato nell’immaginario e nella cultura di massa, il cinema ci ha girato su un bel film da 11 Oscar nel ’97, una storia d’amore piena di mare, di effetti speciali e di pathos ma alle cronache drammatiche della vita vera e ai catastrofismi delle fiction abbiamo fatto l’abitudine. Andrea Gatti (Torino, 1970) è un artista che dalla storia del Titanic e forse dalla sua traduzione filmica, è rimasto affascinato, lui ama il mare e, fin dove può, ama immergersi nel suo azzurro. Azzurro è il colore del mare e del cielo, ha scritto W. Kandinskj, padre dell’astrattismo, nel suo saggio teorico “Lo spirituale nell’arte”. Colore “profondo, introspettivo, centripeto” e, notoriamente, freddo. Distante e indifferente quando i toni delle stesure cromatiche sono chiari, l’azzurro volge a drammaticamente tenebroso quando scala nel blu e poi nel nero. È il colore della profondità, dell’ombra, il colore dello spirito, del pensiero, per C.G. Jung. Il mare e il suo colore, l’azzurro che vira da chiaro a scuro a seconda della profondità delle acque, sono gli elementi dominanti del lessico semantico dell’artista torinese, della sua poetica. Il lavoro di Gatti rientra nel campo della Computer art, della pittura realizzata al computer, con le tecniche del digitale. Diplomato illustratore all’Istituto Europeo di Design di Torino, aveva cominciato nell’arte con le tecniche della tradizione ed è passato alle possibilità aperte dal computer quando l’impiego nel campo dell’informatica è diventato il suo primo mestiere. Qualche purista può storcere il naso di fronte all’arte che si fa con i mezzi contemporanei della scienza e della tecnica, ma se guarda bene un capolavoro cardine della pittura moderna: “Une dimanche après midi à l’ile de la Grande Jatte” può vedere che Seurat col pointillisme ha antevisto, ancora dentro l’800, i pixel della TV e del PC, la percezione ottica della nostra età elettrica, elettronica, telematica. La figurazione di Gatti nasce come collage, mosaico elettronico di elementi iconici a modo di objects trouvès, foto, figure del web che il computer sintetizza ed elabora in variabili infinite di composizioni e colori secondo la grammatica linguistica e il lessico fantastico dell’artista, poi l’immagine così realizzata viene stampata su supporto statico. “Torino sommersa”, è una raccolta di opere presentata nel 2009 a Spazio Azimut di Torino che dice molto della poetica dell’artista. Sono luoghi storici, architetture e monumenti della città – la Mole Antonelliana, Superga, Piazza Castello, le Porte Palatine – sommersi negli abissi del mare. L’impatto visivo, comunicativo di queste immagini-paesaggio, proiezioni della soggettività e del mondo fantastico dell’artista, come tracce archeologiche ritrovate da una futuribile fantatecnologia, testimonianze di un civiltà urbana. La nostra, la città di oggi che può scomparire ed essere riscoperta domani nel fondo dell’oceano, laddove l’azzurro illividisce e imbuia nel nero – è fascinoso, emozionante. Una meraviglia sensuale. Ma mi pare se ne possa tentare una lettura critica che vada al di là della suggestione visiva del primo momento. Che valore simbolico ha l’azzurro che, scalato nei gradi, è la componente cromatica dominante di lavori che pure non sono assimilabili a monocromi? Che valore significante ha Torino consegnata agli abissi del mare e alle creature che lo abitano? Il colore è, nella sua funzione simbolica, isomorfo all’Io di ogni artista, al suo mondo pensato, tanto più l’azzurro, colore dell’introspezione, del pensiero. Gatti mi sembra tutt’altro che una personalità tormentata da paturnie tardoromantiche e, del resto, un pittore che lavora al computer, con pennellate digitalizzate, frutto di un paziente lavoro di ricerca e sintesi tra infinite variabili, non può che avere un approccio freddo, pensato, ragionato al reale. Il nostro, dicevo all’inizio non è più tempo di astratti furori, di estetiche “calde”. Un artista al computer penso che componga il suo quadro come si fa col montaggio del cinema, con rigore di metodo nella selezione di immagini e colori. Il lavoro di Gatti mi evoca due film, molto diversi tra loro e tuttavia singolarmente speculari, uno è “Titanic” e quanto conti la storia raccontata dal film nel suo immaginario me l’ha detto lui, l’altro è “2001, Odissea nello spazio”, di Kubrick, la gran sinfonia blu tra le galassie. I cromatismi di Gatti, quell’azzurro che vira di grado, dal chiaro al violetto al nero in relazione alla profondità sono colori filmari, colori volume. I colori filmari, così definiti da E.Rubin, psicologo della Gestalt, che ha studiato gli effetti funzionali del colore delle figure rispetto a quello dello sfondo, sono percepiti generalmente da lontano, sono “colori della lontananza”, appaiono come uniformi, spettrali, impalpabili. Sono in natura i colori dello spettro solare, dell’arcobaleno, della bruma e della nebbia fitta e sono i colori delle immagini consecutive, del cinema. Con essi non si distingue più l’oggetto dall’illuminazione. Un maestro del colore filmare era il romantico C.D. Friedrich, filmare è il campo cromatico monocromo di Y. Klein e quello di M. Rothko che si presenta con differenze di tono trapassanti dall’una altra, ma, per questi due artisti, siamo nella pittura aniconica. Un effetto-notte trascendentale, luogo in cui il relativismo cromatico assume drammaticamente i caratteri di colore assoluto, come quando in “Titanic” le scialuppe di salvataggio del Carpathia scrutano e cercano nella tenebra sul mare i naufraghi della nave inabissata, è quasi impossibile nella pittura figurativa tradizionale. La sensibilità pittorica espressiva di Gatti riesce in queste trascendenze cromatiche avvalendosi dell’elettronica digitale. Quell’azzurro spaziale, diafano del mare che si lascia attraversare dalla luce e dallo sguardo e, a seconda dei gradi di trasparenza e di profondità, rivela o nasconde nell’ombra l’epifania dei ruderi inabissati è un tipico esempio di colore volume. E cos’è Torino con le sue architetture, i monumenti della sua storia, consegnata all’oceano, all’abisso? La testimonianza archeologica di una futuribile apocalisse che abitanti di altri tempi o altri mondi potrebbero scoprire domani, non la mitica Atlandide, ma la nostra civiltà urbana con tutta la sua iconografia? La panica riconsegna delle terre emerse alla massa delle acque del secondo giorno della Creazione? Un’opera dell’arte che coglie nel segno è “aperta”, polisemica, chi la guarda ci può cogliere significati e suggestioni diversi. Ma per le cose dette prima dell’arte presente e di Gatti mi piace pensare a qualcosa di meno ultimativo e, forse, di più vero. L’artista torinese ama la sua città e ama il mare in tutte le gradazioni del blu, è lui a dirlo. Mi piace pensare anche che la storia di trascorse stagioni dell’arte lavori nell’immaginario dei giovani artisti, ne siano essi consapevoli o meno. Lo storico dell’arte Antonio Del Guercio ha parlato di “ibridazioni e slittamenti del senso” a proposito della stagione nella quale gli artisti interessati al loro mondo, agli oggetti, al loro personale fare arte si sono ingegnati di sottrarli al logoramento del tempo, della memoria, dei linguaggi attraverso i quali il mondo “parla”, collocandoli semanticamente in una posizione ibrida, spiazzata e spiazzante. Christo impacchettava oggetti, celandoli dentro il loro imballaggio, sottolineandone una sorta di negativa presenza, avendo ripreso un ‘esperienza simile di Man Ray, e ora, da molti anni, impacchetta monumenti, risposta possibile all’escatologia dei prodotti d’uso, degli ambienti urbani nell’oceano di manufatti che ingorgano il mondo. Andrea Gatti i monumenti della sua città, memorie della storia, della cultura, della nostra identità civile ai quali siamo usi da tempo passare davanti senza guardarli e vederli, nella ridondanza disturbante di opere, merci e messaggi del convivere, li sottrae alla dimensione degradata e caotica dell’ambiente urbano e all’oblio, li disloca nel regno del mare, nel blu del silenzio e della trascendenza, del puro pensiero perché ritrovino, nei suoi quadri almeno, nel suo mondo fantastico, una funzione comunitaria condivisa, una visibilità nuova, più attenta e amorevole.Sergio TURTULICI


